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Tabù alimentari e “santità”

In uno dei grandi classici dell’antropologia contemporanea (Mary Douglas, Purezza e pericolo. Un’analisi dei concetti di contaminazione e tabù, trad. it., Il Mulino, 1993) un intero capitolo è dedicato ai cosiddetti “abominî del Levitico”, ovverosia ai numerosi tabù alimentari elencati nel terzo libro dell’Antico Testamento e anche nel Deuteronomio: «Perché il cammello, la lepre e il coniglio selvatico dovrebbero essere impuri ? – si chiede l’autrice – Perché dovrebbero esserlo certi tipi di locuste ma non tutti? Perché mai la rana dovrebbe essere pura il topo e l’ippopotamo impuri?». Com’è noto, l’elenco delle proibizioni è, nei due testi biblici, lungo e dettagliato, ma non facilmente riconducibile a una logica coerente e immediatamente comprensibile: «Non mangerete nulla di abominevole. Questi sono gli animali di cui potete mangiare: bue, pecora, capra, cervo, gazzella, daino stambecco, antilope, bufalo, camoscio; potrete mangiare di ogni animale che ha lo zoccolo spaccato e diviso in due unghie e che rumina. Tuttavia tra i ruminanti e tra quelli che hanno lo zoccolo spaccato e diviso, non potrete mangiare il cammello, la lepre e l’irace poiché ruminano, ma non hanno lo zoccolo spaccato. Per voi essi sono animali impuri. Così è impuro per voi anche il porco che, sebbene abbia lo zoccolo spaccato, non rumina. Non mangerete le loro carni e non toccherete i loro cadaveri» (Dt 14, 3-8). Tra gli animali acquatici sono consentiti tutti quelli che hanno pinne e squame, però sarà abominevole «ogni verme che guizza nell’acqua e ogni animale che sta nell’acqua», mentre tra i volatili bisognerà “avere in orrore” e non mangiare «l’aquila, l’ossifraga, la strige, il nibbio e tutti gli uccelli rapaci, tutte le specie di corvi, lo struzzo, la civetta, il gabbiano, tutti gli sparvieri, il gufo, il martin pescatore, l’ibis, il cigno, il pellicano, la folaga, la cicogna, le varie specie di aironi, l’upupa, il pipistrello» (Lv 11, 2-19). Ogni “bestiola alata” che si muove su quattro zampe è da considerarsi abominevole, ma «tra le bestiole alate che camminano su quattro zampe, potrete mangiare quelle che hanno due zampe sopra i piedi per saltare sulla terra, e cioè potrete mangiare varie specie di locuste, di cavallette, di acridi, di grilli» (Ibid.). Nell’elenco degli animali impuri rientreranno ancora la talpa, il topo campestre, tutte le specie di lucertole, il geco, il toporagno, il ramarro, la tartaruga e il camaleonte, a tal punto che chiunque dovesse toccarli, quando sono morti, «sarà impuro fino a sera» e che «sarà impura ogni cosa su cui cada, morto, uno di essi» (Ibid.).

Come spiegare questa varietà di proibizioni, divieti, tabuizzazioni, che colpiscono animali d’acqua e di terra, che volano e che strisciano? Le interpretazioni classiche si possono far rientrare, secondo Mary Douglas, in due grandi categorie: quelle che sostengono che si tratta di norme insensate, praticamente arbitrarie, perché dotate di una finalità puramente disciplinare e quelle che, diversamente, ne ravvisano un intento morale, assimilandole a delle allegorie di virtù e vizi. La prima tipologia risalirebbe già a Mosè Maimonide, il quale, pur sottolineando la grande utilità di tali prescrizioni, evidenziava come, tuttavia, coloro che si “tormentano” per scoprire la ragione di queste regole sono degli “insensati”, mentre la seconda si potrebbe attribuire all’influsso ellenistico sulla cultura ebraica, che avrebbe favorito la confluenza di interpretazioni mediche ed etiche facendo vedere come questi precetti coinciderebbero con quanto prescrive la stessa ragione naturale, la quale indirizza sempre l’uomo a vivere bene.

Niente di tutto questo per Mary Douglas, poiché «dal momento che ogni prescrizione è preceduta dal comandamento di essere santi, ci deve essere una certa contrapposizione tra santità e abominio che possa spiegare la ragione generale di tutte le particolari restrizioni» (p. 94). Fatta questa premessa, la conclusione, qui necessariamente riassunta in modo stringato, va in direzione diversa: poiché il concetto di santità che si delinea nei testi del Pentateuco utilizzati è quello di una sua definizione come integrità e completezza, come perfezione dell’individuo e della specie, allora «il principio di fondo della purezza degli animali è che essi devono essere pienamente conformi alla loro classe: sono immonde quelle specie che sono membri imperfetti della loro classe, o la cui classe rende ambiguo il disegno generale del mondo».

Di Tonino Ceravolo, Storico, saggista

 

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